Journal therapy: uno spazio sicuro dove la scrittura diventa cura e comunità
Ci sono giorni in cui le parole restano ferme in gola. Non perché manchino, ma perché nessuno ci ha mai insegnato un luogo in cui possano uscire senza paura.
Nei miei workshop di journal therapy creo innanzitutto questo: uno spazio sicuro. Un luogo in cui le persone possono fermarsi, respirare, ascoltarsi e dare un nome a ciò che stanno vivendo. La pagina diventa un territorio protetto, dove emozioni, paure e desideri possono emergere senza il timore di essere giudicati. Oggi, questa possibilità di dirsi la verità con rispetto e ascolto è qualcosa di raro e prezioso.
La pagina come territorio protetto
Scrivere, dentro un contesto guidato, non è “mettere in ordine” a forza. È riconoscere ciò che c’è. È concedersi il diritto di sentire, senza dover spiegare tutto subito, senza dover essere perfetti.
In questo spazio, la scrittura diventa un ponte concreto: dal caos alla chiarezza, dal silenzio alle parole, dalla solitudine a una comunità che accoglie. E soprattutto: non è un esercizio estetico, né una performance. Nei miei incontri non chiedo bravura e non serve “saper scrivere”: serve potersi raccontare senza paura.
Inclusione: scegliere luoghi che non mettano distanza
Per me inclusione significa anche scegliere contesti quotidiani, in cui chiunque possa entrare senza sentirsi “fuori posto”. È per questo che porto i workshop in bar, spazi di quartiere, punti di incontro, luoghi vivi e accessibili.
La scrittura non appartiene a pochi. Appartiene a chiunque senta il bisogno di ascoltarsi.
Uno strumento accessibile che diventa autonomia
Il mio obiettivo è portare benessere attraverso uno strumento semplice e accessibile. La scrittura, se guidata, diventa autonomia: le persone imparano una pratica che possono continuare a usare anche fuori dal workshop, nella vita di ogni giorno.
E no: non è improvvisazione emotiva. È un percorso accompagnato, con tracce, tempi, ascolto, cura e restituzione. Ogni incontro ha una struttura: momenti di scrittura individuale, condivisione facoltativa, piccoli esercizi che aiutano a trasformare ciò che si muove dentro in qualcosa di nominabile, attraversabile, più leggero.
Positività: non negare il dolore, ma aprire possibilità
C’è una chiave che porto sempre con me: la positività, non come negazione del dolore, ma come possibilità.
Trasformare ciò che pesa in parole, e le parole in passi piccoli ma reali: nelle relazioni, nel lavoro, nelle scelte quotidiane. È qui che la scrittura smette di essere solo un gesto personale e diventa qualcosa che incide sul modo in cui stiamo al mondo.
Non per “aggiustarci”.
Ma per ritrovarci.
Dai “momenti” alla comunità: l’impatto sociale dei workshop
I miei workshop non generano solo “momenti”: cercano di generare comunità.
Dopo un incontro, spesso resta una cosa semplice e potente: la sensazione di non essere soli. Il gruppo diventa un “noi” delicato, in cui ognuno trova posto. Questo è impatto sociale: cambia il modo in cui ci incontriamo, ci ascoltiamo, ci sosteniamo.
E dentro questo percorso c’è anche un altro punto fondamentale: dare voce a chi non l’ha mai avuta. Ci sono persone che non hanno mai scritto davvero di sé. Io provo ad aprire una porta. E quella porta, per qualcuno, è un inizio.
Un servizio, non un palcoscenico
Tutto questo nasce da un impegno autentico: trasformo la mia esperienza in servizio senza protagonismo. Io stessa sono, prima di tutto, discente di questa pratica. E proprio per questo la metto al servizio degli altri con rispetto, responsabilità e cura.
La journal therapy, per come la vivo, non è “parlare di sé” in modo esibito. È tornare a sé con delicatezza. È imparare a stare con quello che c’è, e trovare parole che non feriscano.
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