Scrivere per ascoltarsi: i miei workshop tra parole, memoria e creatività
Ci sono momenti in cui scrivere significa raccontare una storia. E altri in cui significa semplicemente fermarsi.
Ascoltare.Lasciare che una parola, un ricordo, un’immagine o una sensazione trovino finalmente uno spazio.
È da qui che nascono i miei workshop di scrittura. Non da una pagina da riempire, ma da una domanda: cosa succede quando ci concediamo il tempo di ascoltare quello che abbiamo dentro?
Non bisogna essere scrittori per scrivere
È una delle cose che tengo a dire all’inizio di ogni incontro.
Non serve avere esperienza. Non serve “saper scrivere bene”. Non serve trovare subito le parole giuste.
Nei miei laboratori la scrittura non è una prova di bravura.
È uno strumento. Può diventare un modo per osservare un ricordo, dare forma a un’emozione, immaginare una storia, guardare qualcosa da una prospettiva diversa.
A volte si parte da una parola. Altre da una fotografia. Da un profumo. Da una canzone. Da un oggetto. Da una frase lasciata volutamente a metà.
E poi si vede dove porta.
Dalla scrittura terapeutica alla creatività
Nei workshop convivono due anime che per me non sono mai davvero separate.
C’è la scrittura introspettiva, quella che invita a rallentare e a portare attenzione a ciò che sentiamo. E c’è la scrittura creativa, che permette invece di giocare, inventare, trasformare, raccontare senza dover necessariamente parlare di sé in modo diretto.
A volte una storia immaginata dice molto più di una confessione. A volte una parola scelta quasi per caso apre una porta che non pensavamo di attraversare.
È questo il senso delle parole-seme, degli esercizi sensoriali, delle lettere non spedite, delle piccole consegne che utilizzo durante gli incontri.
Non dare una risposta. Aprire uno spazio.
Parole, sensi, ricordi
Molti dei miei workshop partono dai sensi. Un odore può riportarci in un luogo lontanissimo. Una canzone può restituirci una persona. Un sapore può contenere un’intera infanzia. Un’immagine può diventare l’inizio di una storia.
Per questo mi piace lavorare con materiali diversi: fogli, buste, immagini, post-it, parole estratte casualmente, piccoli oggetti.
La scrittura arriva dopo. Prima viene l’esperienza.
Condividere, solo se si vuole
La condivisione è sempre libera.
Ci sono parole che nascono per essere lette ad alta voce. E altre che hanno bisogno di restare sul foglio. Entrambe hanno lo stesso valore.
Nei miei workshop nessuno è obbligato a raccontare qualcosa di personale e nessuno deve spiegare ciò che ha scritto.
L’obiettivo non è esporsi. È concedersi un tempo diverso. Un tempo in cui stare con le proprie parole senza giudicarle.
Ogni workshop cambia con il luogo
Negli ultimi anni ho portato questi laboratori in contesti molto diversi: librerie, festival, biblioteche, caffè, spazi culturali e luoghi dedicati all’incontro.
E ogni volta il workshop cambia.
Ci sono stati laboratori dedicati alla pace, altri costruiti intorno ai cinque sensi, incontri sulle lettere, sui frammenti, sul ricordo, sull’identità.
Tra i format che porto avanti ci sono Scrivere non è un gesto, è un atto di cura, Scrittura che ascolta, Pace tra le righe, Assaggi di scrittura, Frammenti in ascolto e altri percorsi che nascono anche dal dialogo con il luogo che li ospita.
La struttura può cambiare.
Il filo, invece, rimane lo stesso.
Dal foglio agli altri
Una delle cose che amo di più è osservare ciò che accade dopo la scrittura.
A volte una persona sorride rileggendo una frase che non pensava sarebbe arrivata. A volte qualcuno decide di condividere. A volte nasce una conversazione.
In alcuni incontri tutto si conclude con un collage collettivo: parole, immagini, frammenti scritti, dediche. Piccole parti individuali che diventano qualcosa di comune.
Forse è proprio questo che cerco ogni volta. Partire da sé senza rimanere chiusi dentro di sé.
Un invito a scrivere
I miei workshop non promettono risposte. Non vogliono insegnare una formula. Vogliono offrire un luogo e un tempo in cui tornare alla scrittura in modo semplice, libero e autentico.
Con un foglio. Una penna. Una parola da cui partire.
E la possibilità di scoprire che qualche volta non siamo noi a trovare le parole.
Sono loro a trovare noi.
Una parola alla volta.