lE LETTERE CHE NON HANNO BISOGNO DI ESSERE SPEDITE

Ci sono parole che arrivano tardi.

Parole che non abbiamo saputo dire nel momento giusto, che abbiamo trattenuto per paura, pudore, rabbia o semplicemente perché, allora, non avevamo ancora gli strumenti per riconoscerle.

Restano lì. A volte per anni.

Poi arriva un foglio. E qualcosa cambia.

Scrivere una lettera che non verrà mai spedita può sembrare un gesto inutile. In fondo, se il destinatario non la leggerà, a cosa serve?

Serve a noi. Serve a dare una forma a ciò che fino a quel momento è rimasto sospeso.

Non tutte le lettere cercano una risposta

Siamo abituati a pensare alla lettera come a un mezzo di comunicazione.

Scrivo perché qualcuno legga.

Scrivo perché qualcuno sappia.

Scrivo perché qualcuno risponda.

Ma esistono lettere diverse. Lettere che non chiedono nulla a chi sta dall’altra parte.

Non cercano una spiegazione.

Non pretendono delle scuse.

Non vogliono necessariamente riaprire una porta.

Sono lettere che permettono semplicemente a chi scrive di dire finalmente:

questo è ciò che ho sentito.

E qualche volta poterlo scrivere è già moltissimo.

“C’è una cosa che non ti ho mai detto…”

È una delle frasi da cui amo partire nei miei laboratori di scrittura.

Una frase semplice.

Ma basta pronunciarla perché spesso compaia subito un volto.

Qualcuno a cui non abbiamo detto grazie.

Qualcuno con cui siamo rimasti arrabbiati.

Una persona che abbiamo amato.

Chi ci ha lasciato.

Chi non c’è più.

O forse noi stessi.

Perché una lettera può essere indirizzata anche alla persona che eravamo.

Alla bambina che siamo state.

Alla donna che non ha avuto il coraggio di scegliere.

Alla versione di noi che ha resistito quando pensava di non farcela.

Alla persona che siamo oggi e che, magari, continuiamo a trattare con molta meno gentilezza di quella che riserviamo agli altri.

Scrivere non significa cancellare

La scrittura non cambia ciò che è accaduto. Non riscrive il passato. Non trasforma necessariamente una ferita in qualcosa di bello.

Ma può cambiare il modo in cui stiamo dentro a quella storia.

Quando scriviamo, siamo costretti a rallentare.

Un pensiero che nella mente corre velocissimo deve passare attraverso la mano, la penna, le parole.

E in quel passaggio può accadere qualcosa.

Possiamo vedere una sfumatura che prima non vedevamo. Accorgerci che dietro alla rabbia c’era dolore. Che dietro a un’assenza c’era ancora un desiderio. Che una frase che pensavamo di voler dire all’altro, in realtà, avevamo bisogno di dirla a noi stessi.

Le lettere di Frammenti di vita

Quando ho scritto Frammenti di vita – Dieci lettere in cerca di un mittente, la forma della lettera non è stata casuale.

La lettera crea una vicinanza particolare.

Chi scrive parla a qualcuno, ma contemporaneamente si espone.

Lascia emergere ciò che normalmente rimane tra una frase e l’altra.

Le dieci lettere del libro nascono da storie vere, incontrate, ascoltate, attraversate.

Eppure, una volta diventate parole, quelle storie smettono in parte di appartenere soltanto a chi le ha vissute.

Possono diventare nostre.

Può capitare di leggere una lettera destinata a qualcun altro e pensare:

“Avrei potuto scriverla io.”

Forse è proprio questo uno dei poteri più profondi della scrittura.

Partire da una storia individuale e arrivare in un luogo universale.

Un esercizio per te

Prendi un foglio. Non il telefono. Non il computer. Un foglio e una penna.

Pensa alla prima persona che ti è venuta in mente leggendo questo articolo.

Non cercarne una più importante. Fidati della prima.

Poi scrivi:

“C’è una cosa che non ti ho mai detto…”

E continua.

Non correggere. Non cancellare. Non cercare parole eleganti. Scrivi quello che arriva.

Quando senti di avere terminato, aggiungi un’ultima frase:

“Quello che avrei voluto da te era…”

Poi fermati.

Puoi rileggere subito. Puoi chiudere il foglio. Puoi conservarlo. Puoi strapparlo.

Non esiste una conclusione giusta. E soprattutto non devi spedirlo.

Forse il destinatario eri tu

Ci sono lettere che attraversano chilometri. Altre restano dentro un cassetto. E altre ancora non escono mai dal quaderno.

Questo non significa che non siano arrivate da nessuna parte. A volte hanno già raggiunto la persona a cui servivano davvero.

Chi le ha scritte.

Perché non tutte le parole devono essere ascoltate dagli altri per avere valore. Alcune hanno bisogno soltanto di trovare finalmente un posto. E forse è proprio per questo che continuiamo a scrivere.

Per lasciare andare.

Per ricordare.

Per comprendere.

Per ascoltarci.

Una parola alla volta.

Un frammento alla volta.

Scrivere per me è un modo di essere

È il mio modo di abitare le emozioni, di dare un nome alle cose, di restare in ascolto.
Se anche tu credi nella forza delle parole che toccano, sono felice che i nostri passi si siano incrociati.
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