Perché ho scelto il kintsugi per raccontare Il lieto intanto
Ci sono crepe che non chiedono di essere nascoste. Chiedono soltanto di essere guardate con occhi diversi.
Quando ho iniziato a immaginare la copertina del mio nuovo romanzo, Il lieto intanto, avevo una certezza: non volevo un’immagine che raccontasse semplicemente una storia. Volevo un’immagine che ne custodisse il significato. Qualcosa che parlasse ancora prima delle parole. Che lasciasse intuire la fragilità, ma anche la possibilità. Che raccontasse le fratture senza trasformarle necessariamente in tragedie.
E così il mio pensiero è arrivato al kintsugi.
L’arte di non nascondere le ferite
Il kintsugi è un’antica tecnica giapponese di restauro della ceramica che utilizza una lacca impreziosita da polvere d’oro per ricomporre gli oggetti rotti. Ciò che mi affascina di questa tecnica non è soltanto il risultato estetico, ma il suo significato simbolico. Un oggetto che si rompe non viene necessariamente buttato via. E, soprattutto, quando viene riparato, non si cerca di cancellare ciò che è accaduto.
Le fratture restano visibili. Diventano parte della sua storia. Non si finge che quell’oggetto non sia mai caduto. Non si pretende di riportarlo esattamente a com’era prima. Lo si accoglie nella sua nuova forma.
Ecco, quando ho pensato ad Alma, la protagonista del mio romanzo, ho ritrovato qualcosa di profondamente simile.
Alma e l’impossibilità di tornare come prima
Alma è una donna che ha attraversato esperienze capaci di cambiare il modo in cui si guarda allo specchio, agli altri, alla vita. Ha conosciuto l’attesa, la paura, la delusione, la responsabilità. Ha imparato a resistere, qualche volta persino più di quanto avrebbe voluto. Ma arriva un momento in cui la domanda cambia.
Non è più: Come faccio a tornare quella di prima?
Diventa: Chi voglio essere, adesso, con tutto quello che ho vissuto? Credo che questa sia una delle domande più difficili che possiamo rivolgere a noi stessi.
Perché siamo spesso abituati a pensare alla felicità come a un ritorno: a quando eravamo spensierati, a quando tutto sembrava possibile, a quando non conoscevamo ancora certe delusioni. E se invece la felicità non fosse tornare indietro? Se fosse imparare ad abitare la persona che siamo diventati?
Il kintsugi mi ha aiutata a dare una forma visiva a questa riflessione.
Non tutte le crepe devono diventare oro
C’è però un aspetto al quale tengo particolarmente.
Non credo che ogni dolore debba necessariamente insegnarci qualcosa. Non penso che tutte le ferite ci rendano migliori o che si debba essere grati per ciò che ci ha fatto soffrire.
A volte il dolore è soltanto dolore.
Ci sono esperienze che avremmo preferito non vivere. Perdite che non avremmo voluto conoscere. Fratture che avremmo evitato volentieri.
E abbiamo tutto il diritto di riconoscerlo.
Per questo, per me, il kintsugi non rappresenta l’obbligo di trasformare ogni sofferenza in bellezza.
Rappresenta piuttosto la libertà di non vergognarsi delle proprie cicatrici.
La possibilità di guardare ciò che è successo senza lasciare che sia soltanto quello a definirci.
Non dobbiamo diventare perfetti dopo esserci spezzati.
Non dobbiamo nemmeno dimostrare di essere più forti.
Possiamo semplicemente provare a ricomporci, rispettando i nostri tempi, le nostre fragilità e persino quelle parti che forse non torneranno mai esattamente al loro posto.
I colori, le crepe e ciò che resta
Nella copertina di Il lieto intanto, i colori si incontrano, si sovrappongono, si interrompono. Come le emozioni. Ci sono momenti della vita in cui convivono sentimenti apparentemente inconciliabili: amore e rabbia, gratitudine e rimpianto, desiderio e paura, speranza e stanchezza.
Non siamo mai una cosa soltanto.
E nemmeno Alma lo è.
Le fratture che attraversano l’immagine evocano proprio questa complessità. Le linee che richiamano l’oro del kintsugi non cancellano le separazioni, ma sembrano creare nuovi collegamenti.
Mi piace pensare che sia così anche per le nostre storie. A volte ci ricomponiamo grazie a un incontro. Altre volte attraverso una decisione difficile. Altre ancora imparando a lasciare andare qualcosa che abbiamo trattenuto troppo a lungo.
Non sempre il risultato è quello che avevamo immaginato. Ma può essere comunque nostro.
Dal lieto fine al lieto intanto
C’è una ragione, infine, per cui questa immagine mi sembrava particolarmente adatta al titolo del romanzo.Siamo cresciuti con l’idea del lieto fine. Quel momento in cui i problemi si risolvono, le persone trovano il proprio posto e tutto, finalmente, acquista un senso. Ma la vita raramente funziona così. Non sempre arriva una conclusione capace di sistemare ogni cosa. Non tutte le domande trovano risposta. Non tutte le ferite si rimarginano completamente. Eppure, nel frattempo, continuiamo a vivere.
Ci innamoriamo. Cambiamo idea. Sbagliamo. Ricominciamo. Ci sorprendiamo a sorridere proprio quando pensavamo di non esserne più capaci.
Il lieto intanto è questo.
Non una promessa di perfezione, ma una possibilità di presenza. Non aspettare che tutte le crepe siano riparate per concederci un momento di felicità. Non rimandare la vita al giorno in cui saremo finalmente pronti, finalmente sereni, finalmente completi. Forse non saremo mai completi nel modo in cui lo avevamo immaginato.
Ma possiamo essere interi anche con le nostre fratture.
Una copertina che racconta anche me
Chi mi segue da tempo sa quanto la parola frammenti appartenga al mio percorso di scrittura. È stata il punto di partenza di Frammenti di frastuono, ha attraversato le lettere di Frammenti di vita e, in qualche modo, è arrivata anche qui.
Solo che questa volta i frammenti sembrano cercare una forma nuova.
Se nei miei primi libri ho provato a dare voce a ciò che spesso rimane nascosto, con Il lieto intanto ho voluto raccontare cosa può succedere dopo. Dopo una frattura. Dopo una scelta.
Dopo quel momento in cui ci accorgiamo che la vita che avevamo progettato non coincide più con quella che stiamo vivendo.
Forse anche la mia scrittura, libro dopo libro, sta seguendo questo percorso.
Dalla necessità di raccontarsi al coraggio di immaginare nuove possibilità.
Ed è per questo che sono così legata alla copertina di questo romanzo.
Perché non rappresenta soltanto Alma.
Racconta qualcosa che appartiene a molti di noi.
E se le nostre crepe fossero parte della nostra storia, non la sua conclusione?
Vorrei lasciarvi con una domanda.
Qual è una parte di voi che avete cercato a lungo di nascondere e che oggi, forse, riuscite a guardare con maggiore tenerezza?
Non serve trovare una risposta immediata. Magari basta pensarci. Oppure prendere carta e penna e lasciare che qualche parola venga fuori.
Perché, come credo da sempre, scrivere non è soltanto un gesto. È un atto di cura. E qualche volta la prima forma di cura consiste proprio nello smettere di chiedere a noi stessi di essere diversi da ciò che siamo.
Il lieto intanto uscirà il 9 novembre 2026, pubblicato da SBS Edizioni.
È il mio terzo libro, il mio primo romanzo, ispirato a una storia vera che qualcuno ha avuto il coraggio di affidarmi. E oggi, guardando quella copertina, penso che forse il senso di tutto sia racchiuso in una frase:
Non dobbiamo cancellare le crepe per meritare la bellezza. E non dobbiamo aspettare di essere completamente guariti per concederci la vita.
Alessandra Esposito
Eco di Frammenti – Parole che restano